Fino agli anni ottanta e ancora fino a metà anni novanta l’uso del video come forma espressiva era decisamente marginale nelle Accademie di Belle Arti italiane come nella scena dell’arte.
D’altra parte la presenza forte del ritorno alla pittura attraverso la Transavanguardia rendeva meno interessante la sperimentazione extramedia che invece trovava proprio nel video come autonomo mezzo espressivo un grande rilancio di interesse sia negli Stati Uniti che in Europa.

Supplivano a questo ritardo nella ricerca alcuni festival come Video Taormina, Onda Video a Pisa, Invideo a Milano, Video e Musica a Roma, al Palazzo dei Diamanti di Ferrara e altre più irregolarmente in altri centri e situazioni. Alcune proprio a Catania al Centro Voltaire, dove alcuni (che oggi partecipano a questa rassegna) hanno avuto modo di vedere lo sviluppo dei nuovi linguaggi video.

Dalla metà degli anni novanta la situazione cambia nell’area dei giovani artisti italiani dove si diffonde l’uso del video sotto l’influenza del video utilizzato dai giovani artisti inglesi, il gruppo degli “Young Brits” lanciato da Damien Hirst e dalla mostra “Sensation”.

Mentre le Biennali di Venezia iniziavano a dare spazio agli artisti storici della videoarte come Bill Viola e Gary Hill, alcune gallerie di punta come Emy Fontana lanciava i videoartisti italiani come Sara Ciriacì o inglesi come Gillian Wearing.

E’ dalla metà degli anni novanta che nasce il fenomeno di Vanessa Beecroft, allieva appunto dell’Accademia di Brera, che inizia a proporre le sue stralunate performance fatte da modelle eccentriche e relazionate a tematiche del corpo con riferimenti alla moda ma anche alle atmosfere “post-human” degli anni 90.

La Beecroft è oggi insieme a Cattelan una delle presenze italiane forti nel sistema dell’arte internazionale. E questo ha portato alla sua annessione alla “Scuola di New York” dove vive e lavora, e alle mostre nei principali musei di arte contemporanea come il Guggenheim Museum.
Nelle due bellissime edizioni delle Biennali di Venezia curate da Harald Szeeman a fine anni 90 il video viene messo al centro dell’attenzione insieme alla fotografia.

Nel frattempo con la possibilità del montaggio digitale attraverso il computer entrano anche nelle Accademie di Belle Arti numerose modalità di lavoro video e si delineano le problematiche della multimedialità. Da quel momento queste due forme di riproduzione tecnologica (e digitale) Foto e Video entrano a far parte del corredo espressivo dei giovani artisti italiani fin dalla loro formazione.

Avendo seguito questa crescita del video sia nella didattica che nell’organizzazione di rassegne e nella critica, a Catania prima, a Torino e a Milano poi nelle varie Accademie, vedo con soddisfazione un’iniziativa come “ImmagineContinua”. E guardando il materiale della rassegna mi domando se le linee più interessanti non siano oggi quelle di un ritorno al formalismo video degli anni ottanta, in reazione all’uso “casuale” che si è diffuso nell’ultimo decennio.

Si potrebbe dire che si è creata un’estetica della CNN, intesa come una forma linguistica basata sulla “realtà-evidente” delle riprese quasi amatoriali in momenti di estremo rischio.
Ma l’arte contemporanea non sembra più tentata dall’idea del rischio che era invece elemento costante in altri momenti.

Allora penso che un nuovo formalismo vada riscoperto per collocare il video nelle sue giuste relazioni. Prima fra tutte l’area multimediale. E quindi penso a un “Formalismo Digitale” come un’interessante e necessaria operazione di messa a fuoco del Nuovo Video, delle sue possibilità espressive e dei suoi obbiettivi nel campo delle arti plastiche.

di Lorenzo Taiuti